PREMIO LETTERARIO “Mariano Pietrini” 2017 – scadenza 5-5-2017

Ass.CaLeCo “Associazione Culturale Caffè Letterario Convivio” con il patrocinio del Comune di Caltagirone del Comune Barcellona Pozzo di Gotto e con la collaborazione della Associazione Nazionale del Fante del Parco Museo Jalari e Totelia bandisce il “Premio Letterario MARIANO PIETRINI” 2017

Art. 1  PARTECIPANTI

Possono partecipare autori che abbiano compiuto la maggiore età.

Art. 2  SEZIONI

Sez. A – poesia in lingua italiana a tema libero, INEDITA, MAI PREMIATA, massimo 30 versi.

Sez. B – poesia nei dialetti di tutte le Regioni a tema libero, INEDITA, MAI PREMIATA, massimo 30 versi, accompagnate da traduzione in italiano.

Sez. C – raccolta di poesie in lingua italiana, INEDITA e MAI PREMIATA. Presentare max 20 poesie che non superino complessivamente i seicento versi.

Sez. D – narrativa un Racconto a tema libero, in lingua, INEDITO E MAI PREMIATO. Presentare un racconto che non superi tre cartelle (5400 battute).

Sez. E – un Monologo Teatrale, INEDITO E MAI PREMIATO, della lunghezza di una cartella (circa 1800 battute).

Art. 3 ESCLUSIVITÀ

Si può partecipare a massimo 3 sezioni. Per poesia INEDITA s’intende mai pubblicata su libro con codice ISBN o rivista con codice ISSN. Per le sezioni A-B si partecipa con un massimo di 3 poesie…

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Jesi palcoscenico di poesia. Il 12 marzo la premiazione del V Premio “L’arte in versi”

La premiazione del 5° Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” è fissata al 12 marzo 2017 a Jesi

Blog Letteratura e Cultura

locandina intera.jpgPosticipata a seguito dello sciame sismico che ha interessato l’intera Regione, la cerimonia di premiazione della V edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato e presieduto dal critico letterario e poeta jesino Lorenzo Spurio, si terrà domenica 12 marzo al Palazzo dei Convegni di Jesi a partire dalle 17:30.

La serata conclusiva di questo importante appuntamento letterario che dal 2015 ha sede nella città federiciana, chiamerà a raccolta poeti provenienti da ogni parte d’Italia per l’appuntamento conclusivo dell’edizione 2016. L’intero evento è organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe, con il Patrocinio Morale della Regione Marche, della Provincia di Ancona e del Comune di Jesi e la collaborazione delle Associazioni “Le Ragunanze” di Roma e “Verbumlandi-art” di Galatone (LE).

Presenterà e condurrà l’evento il Presidente del Premio, dott. Lorenzo Spurio, coadiuvato dalla dott.ssa Susanna Polimanti che ha presieduto la Commissione di Giuria formata da esponenti del panorama culturale nazionale:

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«Nelle Ferite del Tempo»: donato il ricavato alla Protezione Civile – Emergenza Terremoto per l’Antologia a cura di G. Lomasti e E. Marcuccio

Sono stati versati, per un importo di settecentocinquanta euro (€ 750), alla Protezione Civile – Emergenza Terremoto, i ricavi derivanti dal Progetto antologico Autori Vari ideato e curato dai poeti Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio «Nelle Ferite del Tempo. Poesia e Racconti per l’Italia» a pochi mesi dall’uscita.

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Realizzazione progetto locandina a cura dello scrittore Gaetano Cuffari. Ringraziamo per l’acquisto e la promozione dell’opera o tutto ciò non sarebbe stato possibile.

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Sul mio fare poesia. Una cronistoria

Sul mio fare poesia

Una cronistoria

 

Scrivo poesia dal 1990 (per essere precisi, dal 1989 ho iniziato con dei primi esercizi di poesia); nell’agosto 2000 ventidue poesie sono state pubblicate dalla milanese Editrice Nuovi Autori nel volume antologico Spiragli 47 e nel marzo 2009 è uscita la prima raccolta[1].

Non scrivo in rima per scelta, per me questa blocca o vincola l’ispirazione poetica, su più di centocinquanta poesie, ne ho scritto solo tre interamente in rima, e in rima libera. In altre, se la rima raramente è presente, è solo spontanea.

La rima libera non spontanea l’ho utilizzata soltanto in una lirica, per puro sperimentalismo stilistico.

Nella mia poesia ci sono tre punti fermi: la spontaneità, la musicalità, la fluidità del verso.

Il mio ideale poetico si esprime nell’essere semplice e al tempo stesso profondo. Cerco anche la musicalità del verso, cosa oltremodo difficile, se non si scrive in rima.

Quando uso dei termini che possono apparire un po’ antiquati, degli arcaismi, lo faccio unicamente per la loro insita musicalità, non perché io voglia servirmi di un linguaggio anacronistico. Nelle mie poesie alcune volte ho usato delle parole tronche (delle apocopi) come “cuor”, “cor”, “duol”, “dolor”, altre volte non le ho usate; di conseguenza, ogni mio verso, ogni mia parola non sono lì sulla pagina in maniera casuale, ma seguono un fine musicale, sono scelti per una maggiore scorrevolezza nel ritmo. Ad esempio, nella lirica “Indifferenza”[2] ho adoperato sia l’espressione “duol”, sia l’espressione “dolor” e, nella lirica “Là, dove il mare…”[3] ho cercato di far sì che il ritmo si alzi e si abbassi, quasi ad imitare il flusso e il riflusso delle onde del mare e quelle apocopi sono state scelte per mantenere quel ritmo e quel particolare suono.

Nel fare poesia seguo una struttura su due fasi fin dal 1990: la prima è quella che io chiamo “primo fuoco dell’ispirazione”, la quale può giungere in qualsiasi momento con l’affiorare alla mente dei primi versi o di uno solo; quindi, li appunto su di un qualsiasi foglio o pezzo di carta (Giuseppe Ungaretti appuntava le sue poesia anche in trincea utilizzando la carta che avvolgeva le cartucce) e, mentre scrivo, penso i successivi versi da vergare su carta. La seconda ed ultima fase si riferisce alla ricopiatura in bella, aggiungendo a volte, anche dei nuovi versi o parole. In seguito, durante la correzione di bozze e in previsione della pubblicazione, potrei operare dei piccoli cambiamenti variando o sostituendo qualche parola, la disposizione dei versi, a volte anche gli accapo perché, quello che cerco, oltre alla freschezza della spontaneità che è la prima cosa, è la fluidità e la musicalità del verso, senza quasi mai usare la rima, servendomi di giochi fonetici delle consonanti e coloristici delle vocali giungendo in alcune poesie alla metrica spontanea (come ha notato il critico letterario Luciano Domenighini, nella sua recensione[4] sulla silloge Per una strada e, in maniera più articolata, nell’inedito saggio[5] critico-antologico), senza mai stravolgere il senso e l’ispirazione primigenia. Metrica spontanea nel senso di lassa e non di strofa, la quale, non potrà mai essere spontanea. Precisamente, da ca. sette anni, dopo aver riportato la poesia su un foglio di carta, non la ricopio subito sul quaderno (un quaderno dalla copertina nera, che utilizzo fin dal dicembre 1999), ma lascio che passi anche una settimana o un mese mettendo il foglio in mezzo al “quaderno nero”, come se volessi far “decantare” la poesia.

Diverso è stato il caso della mia unica poesia[6] scritta in rima non spontanea, in cui dapprima è arrivato il “primo fuoco dell’ispirazione” con i primi due o tre versi, successivamente mi sono dedicato alla ricerca della rima, unita al tipo particolare di rima (forse la più difficile, quella incatenata, senza usare la metrica sillabica, quindi, rima assolutamente libera e non canonica), alla proprietà di linguaggio, quello dell’italiano antico (il volgare trecentesco di ascendenza stilnovista) con l’applicazione delle figure retoriche più adatte.

Quindi, tre fasi, e sono stati sufficienti soltanto due giorni; scritta nel 1994 mentre mi preparavo agli esami di Maturità Classica e vocaboli danteschi frullavano impazziti nella mia testa, bisognava farli uscire, quasi per un bisogno fisiologico.

Utilizzo le figure retoriche e cerco di impiegarle in maniera spontanea (credo che non sia possibile scrivere poesia senza utilizzare almeno una figura retorica), ho utilizzato anche lo zeugma, presente molto in Dante. La figura retorica che uso di più è però l’enjambement, mi piace molto l’anafora e indulgo all’elisione, sempre per esigenze di fluidità del verso e musicalità.

Una poesia, “Per una strada”[7], dapprima l’ho scritta su uno scontrino della spesa, poiché, appunto, mi trovavo per strada, una poesia sulla propria ispirazione poetica. Da questa ho tratto il titolo della prima raccolta, pubblicata il 26 marzo 2009 dalla ravennate SBC. Cito dalla prefazione che ho dovuto scrivere io stesso (in caso contrario il mio libro ne sarebbe rimasto privo):

«Con questa mia, apparentemente semplice poesia, scritta dapprima su un semplice scontrino, poiché mi trovavo per strada e non avevo null’altro su cui scrivere, ho cercato di esprimere proprio il processo misterioso della mia ispirazione poetica.
E pensare che, all’inizio non l’ho compreso nemmeno io il suo significato profondo. Quanto mi sembrarono quasi insignificanti quei versi, e invece, mi sono accorto, con mia grande sorpresa, che nascondevano il significato stesso della mia ispirazione furtiva e svelta, che passa e vola via e, se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i miei versi che metto sulla carta, passa e vola via, e non si sa più dove mai sia.»[8]

A partire dal 2013 abbandono la punteggiatura, dopo due esempi isolati nel 2010 con le liriche “Trascinarsi”[9] e “Supersonica”[10]. Attualmente la mia poesia è alla ricerca dell’essenzialità e dell’estrema sintesi, cadono, quindi, anche le complicazioni sintattiche, le pause diventano gli accapo e il doppio accapo, in cui rilevo maggior respiro. Così, dopo l’abbandono della punteggiatura vado ad abbandonare anche l’incipit con lettera maiuscola, a riprova di ulteriore sintesi ed essenzialità, come a sottintendere un verso e tutti i versi precedenti, quasi in un continuo richiamo tra explicit e incipit. Tuttavia, come ha già rilevato in un suo saggio[11] Domenighini, non credo ci sia rivoluzione ma solo evoluzione; rari prodromi di estrema sintesi (eccettuato l’abbandono della punteggiatura) sono rilevabili nella mia produzione precedente, soprattutto nella silloge Per una strada.

Sempre Domenighini ha definito il mio attuale modus poetandi, con l’espressione di “ermetismo cosmico”. Così si è espresso il critico a riguardo:

«“Ermetismo” perché il dettato è a un tempo sintetico e codificato, iniziatico, a tratti sibillino. Certe soluzioni originali e inedite del suo linguaggio poetico d’altra parte, vanno in questa direzione. “Cosmico” perché, rispetto alla sua poesia di una volta, si inoltra in una dimensione cosmica, spaziale, astrale, ultraterrena.»

Mentre il critico letterario Lucia Bonanni, così si è espresso, riguardo alla mia ispirazione:

«La sua ispirazione poetica è “un’ispirazione drammatizzata” in cui egli si apre agli stimoli che gli giungono dall’esterno come ai luoghi della mente e alle nebulose che avvolgono la memoria e il ricordo, regalando sempre felicità al lettore. Il suo lavoro è imperniato sul voler capire fino in fondo i segreti che una strada, la gente, un albero, il mare, il sole, le navi, le case, gli amici e tutte le vicende umane possono trasmettere e rivelare così immediatezza di scrittura e la responsabilità verso l’attitudine dello scrivere. […] Con i suoi scritti offre senso di appartenenza, incuriosisce, si traspone nell’altro e fa vivere speranze in un modo ricco e profondo. Come afferma Mallarmè “Ogni cosa nel mondo esiste per essere inclusa in un libro” e Marcuccio nei suoi libri, oltre a se stesso, include l’Umanità intera.»

L’essenza della poesia è la sintesi, non intesa nel numero dei versi (anche una poesia lunga deve avere sintesi), nessun verso in più né uno in meno che pregiudichi il suo respiro; deve avere musicalità (non dettata unicamente dalla rima), respiro; se poi eliminiamo anche i luoghi comuni, le frasi fatte, c’è perfetta poesia. Non deve però mancare la spontaneità del “primo fuoco dell’ispirazione”, in caso contrario, tutto si risolverebbe in un freddo artificio formale.

Secondo Domenighini, “Dolore”[12] (la poesia più breve che io abbia mai scritto e che consta di soli due versi) rappresenta il vertice letterario di tutta la raccolta Per una strada, come ha ben evidenziato nel suddetto saggio critico-antologico sulla silloge:

«Il distico (di sette, dodici sillabe) in rima, da un punto di vista strettamente letterario, è il vertice di Per una strada. Un distico di ungarettiana brevità, un esempio della complessità formale di questo poeta, ossia di come Marcuccio sappia adunare e condensare in poche parole svariati riscontri metrici e retorici.»[13]

Un caso a parte è stata la scrittura del dramma in versi liberi di prossima pubblicazione, ambientato in Islanda e completato nell’aprile 2016, dove, per seguire una trama, non ho potuto conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come ho fatto di solito nella mia poesia; la spontaneità però rimane la prima idea, il “primo fuoco dell’ispirazione” che, negli anni ha subito vari ripensamenti e successive modifiche formali. Ho sempre atteso l’ispirazione per scriverlo, non mi sono mai seduto a tavolino pensando – adesso scrivo – e sono trascorsi quasi trent’anni da quell’abbozzo in prosa del 1989 del solo primo atto alla sua stesura definitiva. Precisamente sono stati ben diciannove anni di lavoro escludendo i sette complessivi di interruzione.

Dal momento che la poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto né un romanzo. Ho scelto quindi il teatro e un dramma in versi liberi per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta, cesellando il verso, sempre alla ricerca della migliore musicalità e fluidità nel ritmo, nella cadenza e alla lettura. Versi liberi e non certo anarchici, versi di varia lunghezza, sorretti da una diversa metrica, costituita non dal numero delle sillabe o dalla rima, ma da assonanze, consonanze, figure di suono e dalle necessarie figure retoriche. Con tutto il rispetto per i grandi poeti della nostra letteratura, i quali, fino all’Ottocento hanno fatto largo uso di metrica quantitativa, al punto da comprendere che il suo impiego non era più necessario.

E se nella poesia tout court, da tempo ho abbandonato la punteggiatura, sempre alla ricerca di una maggiore sintesi ed essenzialità, nella poesia del dramma non mi è stato possibile farlo, in quanto lo ha richiesto l’ars narrandi, la quale ha dovuto sottostare al dolce giogo dell’ars poetandi.

La poesia bisogna ascoltarla e non semplicemente leggerla, bisogna leggerla ad alta voce per sentirne tutta la musicalità e fluidità, soprattutto rispettando gli accapo. Così, capiremo se quell’accapo andava proprio lì o se quel segno di interpunzione è corretto in quella posizione, o se quel verso va bene o va modificato. La poesia è ribelle alle regole della prosa e della sintassi in genere, ribelle anche ai segni d’interpunzione, le pause della poesia non sono le pause della prosa. In poesia ogni singola parola deve essere considerata in relazione al ritmo e alla sonorità nel verso, ogni parola non è soltanto significato ma soprattutto significante: il suono, il segno grafico, l’emozione in cui ci trasporta la poesia.

Scrivo ancora nella prefazione alla raccolta Per una strada:

«La poesia non bisogna semplicemente leggerla, ma sentirla, ascoltarla; non nel senso di ascoltare una recita, ma leggerla con il cuore, interiorizzarla, farla propria, renderla partecipe delle proprie emozioni.
Le sue interpretazioni non si esauriscono in una sola, non sarebbe più poesia, ma della prosa travestita di versi con degli “a capo” dati a caso.
Non è necessaria la metrica e la rima per fare poesia, ma basta un certo accostamento di parole, di frasi e di suoni, aperti alle molteplici interpretazioni; bisogna anche che il poeta metta del suo, anche se in maniera trasfigurata. Il difficile è saper disporre il tutto in una maniera tale per far sì che, chi legga o ne ascolti una recita, senta la poesia.»[14]

La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia riesce a portare allo scoperto l’anima, come scrivo in una poesia, riesce a portare allo scoperto “l’obliato proprio sé fanciullo”[15]. La poesia è anima che si fa parola, la poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere l’ordinario straordinario, fa sì che l’oggi non si perpetui nello ieri e, in qualche maniera, contribuisce a migliorarci, a renderci più sensibili nei confronti degli altri. La poesia, infatti, è piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore.

La poesia si nutre di sogni e il poeta non è solo un cultore di sogni ma, sogna, si emoziona e si meraviglia lui stesso; spesso vorrebbe perdersi in quei sogni, ma deve ritornare alla realtà, alla dura realtà che usa come filtro e come ancora per non annegare. La poesia si nutre anche di musicalità, di armonia tra le parole, senza necessariamente fare uso di metrica quantitativa o di rima. D’altra parte, quella che non deve mancare è una metrica qualitativa (cadenza, ritmo, figure di suono, etc.)

Come ho scritto sopra, la narrativa e la prosa in genere, preferisco leggerla e non scriverla ma, anche nella prosa possiamo trovare poesia. Anzi, la poesia, nella sua accezione più ampia, non è specificatamente legata ai versi ma all’arte in genere, quindi, anche alla musica, sia classica che leggera. La poesia è ciò che si avvicina di più alla musica. Cito un altro mio aforisma:

«Penso che la musica sia la forma di espressione umana più alta e superiore a tutte le arti, anche alla poesia. Grazie alla musica, nella sua grandezza e profondità, possiamo arrivare persino ad intuire l’universo.»[16]

Ovviamente, mi riferisco alla musica, nella sua grandezza e profondità, non certo a musica da semplice intrattenimento. E cito ancora dalla prefazione a Per una strada:

«La poesia è la forma verbale più profonda che possa esistere, per esprimere i più reconditi sentimenti umani.
Se invece vogliamo parlare di espressione umana in senso generale, la musica per me supera tutte le arti, a patto che sia musica con la “M” maiuscola.
Ecco perché musicare una poesia è qualcosa che supera ogni immaginazione.»[17]

Quanta poesia possiamo ascoltare ad esempio in una canzone di Battisti come “I giardini di marzo” o in un’Opera di Puccini, o in un notturno di Chopin, o quanta poesia possiamo ammirare ad esempio nella Gioconda di Leonardo o nella Pietà di Michelangelo.

La poesia non è mera imitazione della realtà, non è sua fredda riproposizione, come ad esempio l’uso dei vari termini e verbi indecorosi, espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro. La poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione.

Non si potrà mai dare una definizione definitiva di poesia ma solo innumerevoli interpretazioni, lo stesso verbo “definire” vuole tracciare dei confini ma la poesia non ha confini, il suo spirito vivrà sempre e la sua voce cavalcherà i millenni. E un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni.

E, come scrivo in un altro aforisma:

«Un poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento.»[18]

Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché così ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione.

Emanuele Marcuccio

Palermo, 1 febbraio 2017

 

Bibliografia di riferimento:

Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009.

Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLameta, 2014.

Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012.

AA.VV., L’arrivista. Quaderni democratici (anno I, Nr. 3), Limina Mentis, 2011.

Luciano Domenighini, Metrica spontanea e raffinata in Per una strada di Emanuele Marcuccio, “Promozione Letteratura e Cultura”, http://data.over-blog-kiwi.com/0/09/06/15/20170124/ob_657dc5_l-domenighini-metrica-spontanea-e-r.pdf

 

 

 

[1] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, pp. 100.

[2] Ivi, p. 60.

[3] Ivi, p. 96.

[4] Luciano Domenighini (a cura di), Emanuele Marcuccio, Per una strada, in L’arrivista. Quaderni democratici (anno I, Nr. 3), Limina Mentis, 2011, pp. 126-127.

[5] Luciano Domenighini, Metrica spontanea e raffinata in Per una strada di Emanuele Marcuccio, pp. 51, “Promozione Letteratura e Cultura”, http://data.over-blog-kiwi.com/0/09/06/15/20170124/ob_657dc5_l-domenighini-metrica-spontanea-e-r.pdf

[6] Emanuele Marcuccio, Op. cit., pp. 52-53.

[7] Ivi, p. 77.

[8] Ivi, p. 10.

[9] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta, 2014, p. 28.

[10] Ivi, p. 30.

[11] Luciano Domenighini (a cura di), La poesia del 2013 e quella giovanile: un confronto, in Emanuele Marcuccio, Op. cit., pp. 49-54.

[12] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 46.

[13] Luciano Domenighini, Metrica spontanea e raffinata in Per una strada di Emanuele Marcuccio, PDF cit., p. 32.

[14] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, pp. 9-10.

[15] Ivi, v. 7, p. 68.

[16] Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, n. 36, p. 13.

[17] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 9.

[18] Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, n. 25, p. 11.

 

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“A notte” e “A sera” di E. Marcuccio con un saggio comparativo a cura di Lucia Bonanni

Grato al critico letterario e poetessa Lucia Bonanni per questo saggio comparativo su due mie poesie, “A notte” e “A sera”. Grazie e buona lettura!

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“A notte” e “A sera” di Emanuele Marcuccio

Una lettura comparata  a cura di Lucia Bonanni

I calendari che si usavano a Roma, Ab Urbe condita, nel 46 a.C. furono sostituiti dal calendario giuliano. In origine il giorno era diviso in dodici ore e la loro durata dipendeva dal tempo effettivo di luce, quindi era variabile, iniziava in media nox e terminava a l’hora duodecima che era l’ultima ora di luce del tramonto.

Per vigilia, il cui sinonimo è la parola veglia, si intende il giorno che precede un determinato evento oppure la guardia notturna, la veglia del cavaliere prima della vestizione ovvero l’astinenza e il digiuno e la notte trascorsa senza dormire.

In ambito militare presso i Romani la notte era divisa in quattro vigiliae o turni di guardia di tre ore ciascuno e Vespero, media nox, gallicinium e conticinium erano le denominazioni che corrispondevano a…

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Lucia Bonanni sul secondo e quarto omaggio a F.G. Lorca di Emanuele Marcuccio

Ringrazio il critico letterario e poetessa Lucia Bonanni per questa profonda lettura dei due omaggi pari dei quattro a Federico García Lorca, istituendo nel saggio un ideale collegamento con gli altri due omaggi, quelli dispari, che sono invece ispirati all’assassinio del grande Federico. Secondo la sua lettura che approvo in toto, il secondo e il quarto omaggio si fingono nei pressi di Viznar (sul mare), e si può leggere tanta speranza e tanta libertà in quelle “ali di vaporoso verde” (che Lucia ha immaginato come ali di gabbiani), e in quell’ “ombra d’un orizzonte”, anche se appare chimerico, dato il delitto consumatosi. Due omaggi marini, come se volessero consolare il lettore della drammaticità degli altri due. E grazie sempre allo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio per la gentile condivisione. Buona lettura!

Blog Letteratura e Cultura

I due componimenti, come specifica Marcuccio nella silloge «Visione», “fanno parte di un ciclo di quattro omaggi al grande poeta Federico García Lorca, scaturiti dopo la lettura di un’antologia delle sue poesie in traduzione italiana e in cui h[a] cercato di rivisitare il suo stile1.

Ali di vaporoso verde,

pettini concentrici

si schiantano nel mare

in rigurgito azzurro.2

La lirica del secondo omaggio, già pubblicata in «Per una strada», presenta versi sintetici ed essenziali per definire visioni fugaci che traguardano il reale e si raggrumano in una poiesi intrisa di naturalezza e originalità espressiva. La lettura rapisce per l’ariosa disposizione dei lemmi come a voler eludere descrizioni e racconti ed evocare immagini mediante forme allusive, analogie e simbolismi. Il mare con le sue voci, i suoi colori, i suoi ambienti e le sue creature è elemento ricorrente nella poesia marcucciana, un…

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E’ uscito Dipthycha 3 di Emanuele Marcuccio. I poeti raccolti in dittici empatici

È uscito «Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…», nuova opera antologica su mio progetto e cura editoriale, ivi presente con venti liriche. Impreziosiscono l’opera una prefazione a cura del poeta e critico letterario Michele Miano e un saggio di postfazione a cura del poeta, scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio, che ringrazio per la diffusione del presente comunicato e che ringrazio ancora per il saggio di postfazione all’opera. Buona lettura!

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In un dittico a due voci il poeta si apre al prossimo, anch’egli poeta, scegliendo che ai suoi versi facciano eco quelli di un altro poeta che trova in qualche modo affine, in cui individua corrispondenze sonore o emozionali, affinità elettive, corrispondenze di significanti. 

Emanuele Marcuccio

COMUNICATO STAMPA

dipthycha3coverfrontPoetiKanten Edizioni ha pubblicato Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…[1], nuova opera antologica su progetto e cura editoriale del poeta palermitano Emanuele Marcuccio, ivi presente con venti liriche. Impreziosiscono l’opera una prefazione a cura del poeta e critico letterario Michele Miano e un saggio di postfazione a cura del poeta, scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio.

Scrive Marcuccio nella nota di introduzione: «Dopo poco più di un anno dalla pubblicazione di Dipthycha 2, il fortunato progetto poetico, “Dipthycha”, ideato e avviato nel 2013, giunge al suo terzo volume: Dipthycha 3. Affinità…

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Introduzione al dramma d’Islanda in versi liberi

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«Ingólf Arnarson»
di Emanuele Marcuccio

Le ragioni della scrittura di un dramma epico[1] in versi liberi

A cura dell’Autore

 

 

Nel maggio del Novanta ho avviato la scrittura di un dramma epico in versi liberi e non in rima, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda (IX sec. d.C.), di argomento storico-fantastico. L’ambientazione è storica[2] ma la trama è fantastica[3], l’unico personaggio storico-leggendario è Ingólf[4], il quale non è certo se sia mai esistito, gli altri personaggi sono frutto della mia invenzione. I loro nomi sono stati ricavati direttamente dall’onomastica islandese (lingua che non conosco ma sulla quale mi sono documentato), ovviamente, gli indigeni che si incontreranno dal secondo atto in poi, non hanno cognome ovvero non hanno un patronimico e, anche la loro presenza è del tutto fantasiosa e funzionale nell’economia del dramma.

Nel dramma mi sono servito di una mia personale e astorica presenza in Islanda di popolazioni indigene di stirpe germanica, di credenza pagana e prossime alla conversione al cristianesimo, alle quali ho contrapposto i normanni[5] (o i vichinghi) ossia gli uomini del nord (norsemenn), i norvegesi che furono grandi colonizzatori del nord Europa, di fede pagana. Chiaramente, si tratta, di una mia scelta utilizzata per la caratterizzazione dei personaggi che non è motivata da fondamenti culturali-letterari né storici-documentatistici.

Created by DPE, Copyright IRIS 2009Ma come è nata questa mia passione per l’Islanda? Fin da adolescente, dal 1988, dopo la visione di meravigliose immagini paesaggistiche islandesi nell’enciclopedia ho acquistato una guida ai Paesi nordici (in realtà cercavo un libro sull’Islanda, anche una guida turistica), poi, in biblioteca, ho letto l’interessante racconto ottocentesco di Natale Nogaret, Viaggio nell’interno dell’Islanda[6], però, la scintilla, l’ispirazione per scrivere quello che in seguito sarebbe diventato il dramma epico, è scoccata nel 1989, in quinta ginnasiale, colpito dalle fascinose immagini di un opuscolo turistico inglese sull’Islanda, ricevuto in regalo. Affascinato da quei paesaggi, pur vedendoli solo in fotografia, in quell’opuscolo turistico inglese, che conservo gelosamente, tanto da avermi ispirato un dramma, ambientato appunto in Islanda. Tra ottobre di quell’anno e marzo del Novanta, abbozzo in prosa quello che diventerà il primo atto del futuro dramma d’Islanda e, dal 28 maggio 1990 parte la trasposizione in versi del primo atto aggiungendo alla fine il prologo.

In questo dramma l’Islanda la chiamo sempre con l’antico e leggendario nome di “Thule”, in riferimento al suo primo scopritore, l’esploratore, astronomo e geografo greco Pitea di Marsiglia (380 – 310 ca. a.C.) che scoprì l’isola, secondo la tradizione, durante un viaggio di esplorazione dell’Europa nord occidentale, intorno al 325 a.C.

Oltre le apparenze

Alberta Marchi – Oltre le apparenze (2016)

Il 19 aprile 2016 ho completato il dramma epico in versi liberi che è attualmente in pubblicazione: un totale di 2380 versi con un lavoro di ben diciannove anni escludendo i sette complessivi di interruzione, cesellando il verso, sempre alla ricerca della migliore musicalità e fluidità nel ritmo, nella cadenza e alla lettura. Versi liberi e non certo anarchici, versi di varia lunghezza, sorretti da una diversa metrica, costituita non dal numero delle sillabe o dalla rima ma da assonanze, consonanze, figure di suono e dalle necessarie figure retoriche. Con tutto il rispetto per i grandi poeti della nostra letteratura, i quali, fino allʼOttocento hanno fatto largo uso di metrica quantitativa, al punto da comprendere che il suo impiego non era più necessario. E se nella poesia tout court, dal gennaio 2013 ho abbandonato la punteggiatura, sempre alla ricerca di una maggiore sintesi ed essenzialità, nella poesia del dramma non mi è stato possibile farlo, in quanto lo ha richiesto lʼars narrandi, la quale ha dovuto sottostare al dolce giogo dellʼars poetandi.

Nel 2010 un amico compositore, dopo aver letto il prologo e un paio di scene del primo atto (una tempesta, una battaglia e un monologo), decide di scrivere le musiche di scena per questo mio dramma epico. Attualmente sta componendo un primo abbozzo di pot-pourri dei brani che saranno poi inseriti, come musiche per i vari atti e anche il suo maestro di composizione gli ha dato il suo parere favorevole. Preciso che si tratta di musiche di scena in senso proprio, non di un’opera lirica, magari, in futuro potrebbe pensarci un altro compositore. Celebri sono le musiche di scena per il Peer Gynt di Henrik Ibsen (1828 – 1906), composte dal norvegese Edvard Grieg (1843 – 1907).

Tra i personaggi troveremo anche una voce fuori scena, che sarà l’io narrante. Sulla scorta dei grandi poemi epici del passato, non ho potuto farne a meno.

Il dramma poteva concludersi anche con il solo primo atto, ma così avrebbe avuto la meglio il dolore, invece, ho voluto che continuasse con il secondo atto, con l’irruzione imprevedibile dell’amore. Farà la sua ricomparsa prepotentemente il dolore al terzo atto, ma tutto si concluderà nella pace, nell’amore, conquistato, purtroppo, a prezzo di sangue.

La poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto né un romanzo, ecco perché ho scelto il teatro e un dramma in versi per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta.

Dopotutto, la poesia, nella sua accezione più ampia, non è solo quella legata ai versi ma alla prosa, alla musica e all’arte in genere.

Con la scrittura di questo dramma ho cercato di fondere le due cose in un tutt’uno: scrivere una storia servendomi dell’amata poesia e del teatro e, il teatro si presta molto a questo genere di connubi, solo così potevo esprimere la mia vena narrativa. Non a caso ho inserito una voce narrante fuori scena che, ogni tanto si fa sentire nel corso del dramma. Come scrivo in un mio aforisma, “[u]n poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento[7]. Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo perché così ci sarebbero più lettori, ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione. In fondo, la mia risposta al genere del romanzo è questo dramma epico, certamente di gran lunga più impegnativo ma per me l’unica possibile.

Un dramma in cui ho cercato di fondere il metastorico al fantastico, in cui ho cercato di fondere la poesia alla narrazione e al teatro, in cui la musicalità e la fluidità dei versi, solo nella versione scenica, si fonderanno alle musiche di scena.

Con la scrittura di questo dramma – per certi versi un caso a parte nella mia produzione – non ho potuto conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come ho fatto di solito con le mie poesie; la spontaneità rimane però la prima idea, il “primo fuoco dell’ispirazione” che, negli anni ha subito vari ripensamenti e successive modifiche formali. La spontaneità rimane perché ho sempre atteso l’ispirazione per scriverlo, non mi sono mai seduto a tavolino pensando – adesso scrivo – e sono trascorsi quasi trent’anni da quell’abbozzo in prosa del solo primo atto (1989). Preciso che, dapprima ho abbozzato il solo primo atto in prosa, in seguito, dal 1990 l’ho trasposto in versi aggiungendo il prologo e proseguendo poi di seguito, senza prima abbozzare in prosa tutti gli altri atti. Anzi, tutto è nato dal primo atto, senza mai avere fin dall’inizio una visione generale della trama, cosicché, solo alla fine della scrittura del primo atto ho concepito la trama del secondo atto e così di seguito con i successivi tre atti.

Il grande scrittore, poeta e drammaturgo tedesco Johan Wolfgang von Goethe (1749 – 1832) ha impiegato sessant’anni per scrivere il Faust (1772 – 1831), la più vasta e la più grande opera teatrale in versi che sia mai stata scritta, dal primo frammento alla fine della seconda parte, praticamente una vita (ne aveva solo ventitré quando iniziò a scriverla) e pose la parola “Fine” un anno prima di morire, nel 1831.

La cosa più difficile è stato darle uno stile più unitario possibile. Il terzo atto è quello più dinamico, quello con maggior dispiegamento di masse attoriali, con l’intervento di ben tre cori di indigeni (due del villaggio islandese di Ragnar e uno del villaggio di Björn), per finire con un coro più esiguo (cinque elementi) di ubriachi che canticchiano con grasse risate una canzonaccia in stile popolare (in accezione di metafora toscaneggiante), per conferirle, appunto, quell’impronta di popolaresco; una canzonaccia farcita di doppi sensi, la caratterizzazione dei personaggi lo richiedeva, ed è anche in rima, praticamente una “sprezzatura” necessaria nellʼeconomia del dramma; tuttavia, non si leggerà alcuna parolaccia, solo doppi sensi, si tratta sempre di un dramma epico, per di più in versi, ragion per cui, la caratterizzazione del linguaggio va adottata fino a un certo limite. È anche l’atto con il maggior numero di scene, ben dieci e con otto cambi di scena. Similmente ho proceduto con il coro di pescatori dell’inizio del quarto atto, dove mi sono servito ancora di uno stile toscaneggiante ma senza doppi sensi, per caratterizzare le umili condizioni di quei personaggi.

Per la scrittura dei primi quattro atti ho impiegato poco più di dieci anni: dal 1989 (abbozzo in prosa del solo primo atto) al 18 giugno del 2000; il resto, a partire dal settembre 2006, è stato un lavoro di revisione, completamento e digitazione, con un’ultima interruzione negli anni (2013 – 2014), quindi, facendo due conti sono diciannove anni in tutto.

Nel 2016 la pittrice Alberta Marchi ha realizzato un dipinto ispirato al dramma, “Oltre le apparenze” che, con il suo consenso costituisce l’immagine della copertina. Prima ancora, alla fine del 2015 il critico letterario e poetessa Lucia Bonanni decise di iniziare a lavorare alla scrittura di un saggio monografico sul dramma in versi, che ha completato nel dicembre 2016 e che farà pubblicare dopo lʼuscita del dramma, la quale prevedo nella prima metà del 2017.

La prefazione è a cura dello scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio che attendeva fin dal 2011 che lo completassi; come postfazione, d’accordo con la Bonanni, è stato scelto il penultimo capitolo (“Una introduzione alla drammaturgia dell’Ingólf Arnarson”) del suo inedito saggio monografico; impreziosisce il tutto una nota storica a cura del Professor Marcello Meli, ordinario di Filologia germanica presso l’università di Padova e una quarta di copertina a cura del critico letterario e poetessa Francesca Luzzio.

Questa è la sintesi del messaggio che ho voluto lanciare con la scrittura dei 2380 versi del dramma: il mare abbraccia montagne, il dolore abbraccia la speranza, la speranza di commuovere cuori di pietra in un’alba d’amore, di pace e libertà.

 

 

Emanuele Marcuccio

 

Palermo, 19 febbraio 2017

 

[1] «Problematica si è rivelata ad un primo livello della stesura dei lavori anche la possibile definizione del genere di un’opera di questo tipo, nella volontà dell’autore di poter ascrivere il suo lavoro a un dato filone o categoria letteraria a partire dalle forme e dalle strutture che lo caratterizzassero. Se inizialmente l’autore definì l’opera quale poema drammatico, con una maggiore riflessione e portando esempi concreti di questo genere di opera con le necessarie divergenze dal suo manoscritto, ha pensato che forse la definizione più consona e pregnante – sebbene abbastanza verbosa – fosse quella di dramma epico in versi liberi. Con ciò, l’intenzione del Nostro era stata quella di privilegiare nella catalogazione in un genere non solo il contenuto (l’epica) ma anche la forma (quella teatrale, appunto, di un dramma).» (dalla prefazione all’opera, curata da Lorenzo Spurio). Come da accordi fin dal 2011, lo stesso Spurio sarà il curatore editoriale dell’opera.

[2] I riferimenti storici presenti nel dramma sono: la colonizzazione dell’Islanda, con approdo nella baia dell’attuale Reykjavík (874 ca. d.C.); l’insediamento eremitico dei papar, monaci irlandesi (inizio del IX sec. d.C.) e la fitta vegetazione islandese di salici e betulle, in seguito scomparsa per la costruzione navale, la forte presenza di pecore e l’edilizia.

[3] Uno dei molti riferimenti fantastici è l’approdo, che ho immaginato avvenisse a bordo di un fantasioso e improbabile gran dràkar (norreno), dotato di ponte, stiva e coffa in cima all’albero della nave.

[4] Su suggerimento del linguista e antropologo Dario Giansanti, direttore e fondatore del progetto “Bifröst”, ho preferito utilizzare la lezione onomastica dell’islandese antico “Ingólf”, filologicamente più corretta, piuttosto che quella moderna di “Ingólfur”. Sempre su suo suggerimento i nomi norreni sono stati semplificati eliminando, dove possibile, la desinenza (-r) del nominativo singolare.

[5] Il termine “normanni” l’ho inteso solo in senso etimologico, “norsemenn”, come uomini nordici (civilizzati), non in senso storico, differenziandoli dai vichinghi che sono pirati e selvaggi (barbari).

[6] Natale Nogaret, in Jean Marie Dargaud, Viaggi in Danimarca e nell’interno dell’Islanda, Treves, 1874, pp. 115-228.

[7] Emanuele Marcuccio, Pensieri Minimi e Massime, Photocity, 2012, n. 25, p. 11.

Trittico poetico Francesca Luzzio – Emanuele Marcuccio – Daniela Ferraro

Trittico poetico a tre voci di Francesca Luzzio, Daniela Ferraro, Emanuele Marcuccio. Grazie sempre allo scrittore Lorenzo Spurio per la gentile pubblicazione sul suo blog letterario. Buona lettura!

Blog Letteratura e Cultura

PhotoGrid_per Dipthycha 4.jpgDal maggio 2010 il poeta e aforista Emanuele Marcuccio ha individuato numerosi dittici a due voci[1], alcuni anche senza una sua poesia. Di questi particolari dittici poetici sono edite tre Antologie su suo progetto e cura editoriale, che contengono anche dittici proposti da alcuni dei poeti partecipanti, come Giusy Tolomeo, Lucia Bonanni, Daniela Ferraro, Aldo Occhipinti, Silvia Calzolari e Maria Palumbo, e il cui ricavato vendite è interamente devoluto ad AISM:  Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, cʼispira…, Photocity Edizioni, 2013, pp. 90 (con postfazione di Alessio Patti), ISBN: 9788866824749;  Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015, pp. 184 (con postfazione di Antonio Spagnuolo), ISBN: 9788898643257; Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten Edizioni, 2016, pp. 180 (con prefazione di Michele Miano e con un saggio di postfazione di…

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VI Premio Naz. di Poesia L’arte in versi

È partita la 6° Edizione del Premio Letterario Nazionale di Poesia “L’arte in versi” – scadenza 15-5-2017

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VI Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”

L’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, con il Patrocinio della Regione Marche, della Provincia di Ancona e del Comune di Jesi, con la gradita collaborazione della Associazione Culturale Le Ragunanze di Roma, della Associazione Verbumlandi-Art di Galatone (LE) e della Associazione CentroInsieme Onlus di Napoli, bandisce la VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” regolamentata dal presente bando.

Art. 1 – SEZIONI
Sez. A – poesia in lingua italiana
Sez. B – poesia in dialetto (accompagnata da traduzione in italiano)
Sez. C – haiku
Sez. D – critica poetica

Art. 2 – ESCLUSIVITÀ
Le opere presentate a concorso dovranno essere INEDITE penal’esclusione.
Per inedito si intende che il testo non è mai apparso in precedenza in un libro stampato in cartaceo o in digitale dotato di codice identificativo ISBN e parimenti in nessuna rivista cartacea o digitale dotata di codice…

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“NELLE FERITE DEL TEMPO. POESIA E RACCONTI PER L’ITALIA” Antologia di poesia e racconti per la cura editoriale dei poeti Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio

Sentiti ringraziamenti alla poetessa Izabella Teresa Kostka per la gentile condivisione del comunicato sul suo blog. Buona lettura!

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“I poeti Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio danno alle stampe un’opera antologica con poesie e racconti a scopo benefico: «Nelle ferite del tempo»  ● COMUNICATO STAMPA

Un libro può essere breve ma profondo, come il vento che insegue la sua foglia, come la luna che illumina la notte con la sua luce argentea. Emanuele Marcuccio…”

Sorgente: “NELLE FERITE DEL TEMPO. POESIA E RACCONTI PER L’ITALIA” Antologia di poesia e racconti per la cura editoriale dei poeti Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio.

Autenticità, fedeltà e vocazione umana in ‘Casa di bambola’ e ‘L’anitra selvatica’ di Henrik Ibsen – saggio di Lucia Bonanni

Interessantissimo saggio sul teatro di Ibsen. Su «Casa di bambola», un dramma che conosco bene, non conoscevo però «L’anitra selvatica».
Quello che noto nella critica letteraria di Lucia Bonanni è la delicatezza ma anche la dolcezza con cui va ad analizzare anche tematiche scottanti e drammatiche; esempio limite, il gesto estremo di Edvig che spara all’anitra selvatica, gesto estremo compiuto, da quanto ho capito dal saggio e non avendo letto il dramma, per amore del padre, annientando così se stessa. Buona lettura!

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Autenticità, fedeltà e vocazione umana in Casa di bambola e L’anitra selvatica di Henrik Ibsen

Saggio di Lucia Bonanni

Con la produzione letteraria del drammaturgo norvegese Herik Ibsen (1828-1906) prende avvio quella che viene definita “drammaturgia borghese” e che troverà conclusione negli scritti di Čecov e Pirandello.

Nella stesura delle opere lo scrittore predilige la saga, la fiaba e la storia con cui esplicita impegno sociale e intenzione pedagogica. L’esperienza in qualità di direttore artistico presso i teatri di Bergen e Christiania favorisce la sua formazione culturale e gli offre la possibilità di dare alla Norvegia una drammaturgia di stampo nazionale. Durante i quattro anni di soggiorno in Italia scrive Brand e Peer Gynt, ma la mancata accoglienza, riservata al secondo dramma, porta Ibsen verso quei dissidi interiori che successivamente daranno vita a una produzione assai feconda con le pièce: Casa di bambola, Spettri, Un nemico del popolo

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“Ad Astianatte”, poesia di Emanuele Marcuccio

Ho riveduto “Ad Astianatte”, una poesia che scrissi dapprima nel 1996, di ritorno da una rappresentazione de «Le Troiane» di Euripide. Grazie sempre a Lorenzo Spurio per la gentile pubblicazione sul suo blog letterario. Buona lettura!

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AD ASTIANATTE[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO

«Non giunga Menelao al suo focolare, con la sua sposa malvagia, vergogna dei Greci, rovina di Troia. Disgrazie sopra nuove disgrazie. Cumulo di sciagure sopra questa terra. Spose, guardate là il corpo di Astianatte, il suo povero corpo gettato giù dalla rocca». (Dal Coro de Le Troiane di Euripide, scena XI)

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Corpicino…

che non hai

vissuto abbastanza

per mostrare

il tuo valore…

ti diruparono

crudeli assassini

dall’ampia rocca di Ilio…

rosso  vermiglio

ti sprizzò il sangue,

e tua madre,

impotente all’atto

esecrabile…

rossore  tremendo

non vi rode,

non vi avvampa

d’orrore

la faccia ferrigna!

E che cosa volete pensare,

voi crudeli… assassini!

Vi schiaccerà il rimorso,

v’inabisserà…

vi squarcerà…

vi frantumerà

le corde del petto!

Pensate al fato…

al delitto…

pensate al mare…

[1] Ispirato da un episodio de Le Troiane di Euripide. Astianatte, secondo la mitologia greca è figlio di Ettore…

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